"Il prezzo della libertà"

scritto da Falco nero
Scritto 23 ore fa • Pubblicato 7 ore fa • Revisionato 7 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Falco nero
Autore del testo Falco nero

Testo: "Il prezzo della libertà"
di Falco nero

Capitolo I – Nascere nel rumore

Sono nata in un tempo che non chiedeva il permesso.

Mia madre diceva che fuori dalla finestra, mentre io venivo al mondo, c’era rumore. Non il rumore consueto delle carrozze o delle voci del mercato, ma qualcosa di più duro, scandito, come passi uguali che battevano la strada con ostinazione. Mio padre, invece, sosteneva che era il suono delle parole a riempire l’aria: parole nuove, gridate, stampate, ripetute fino a diventare verità.

Io non ricordo nulla, ovviamente. Ma ho sempre pensato che quel rumore fosse entrato dentro di me insieme al primo respiro.

Sono nata nel 1922, in una casa ordinata, con le tende chiare e l’odore dell’inchiostro che mio padre portava sempre addosso. Faceva il tipografo, e per me, da bambina, era una specie di mago. Prendeva lettere minuscole, fredde e dure, e le trasformava in pensieri che viaggiavano lontano. Tornava a casa con le mani sporche e il volto stanco, ma gli occhi accesi.

«Le parole sono pericolose, Elena,» mi diceva, sedendomi sulle ginocchia. «Possono cambiare le cose. È per questo che c’è sempre qualcuno che vuole controllarle.»

Allora non capivo davvero cosa intendesse. Annusavo le sue mani, ridevo, e cercavo di rubargli i piccoli caratteri di piombo che a volte infilava in tasca.

Mia madre era diversa. Silenziosa, precisa, sempre in movimento tra cucina e stanze. Le sue mani erano pulite, ma segnate. Non parlava mai di politica, e quando mio padre alzava troppo la voce su certi argomenti, lei lo guardava con una paura che io imparai a riconoscere prima ancora di comprenderla.

«Non davanti alla bambina,» diceva piano.

Ma io ascoltavo lo stesso.

La nostra era una famiglia come tante, o almeno così mi sembrava. Non mancava il pane, non mancavano i libri. Mio padre insisteva perché io imparassi a leggere presto, prima delle altre bambine. «Deve sapere,» ripeteva. «Deve capire.»

A sei anni già leggevo ad alta voce per lui la sera, seduta accanto alla lampada. Le parole mi sembravano vive, quasi respirassero. Alcune, però, cambiavano. Me ne accorsi col tempo. I giornali che arrivavano in casa erano diversi da quelli che mio padre stampava anni prima. Alcune frasi diventavano più semplici, più forti, come se dovessero essere capite da tutti allo stesso modo.

E mio padre non sorrideva più come prima.

Quando iniziai la scuola, ci insegnarono a salutare in un certo modo. A parlare in un certo modo. A credere senza fare domande. Io lo facevo, come tutti gli altri, ma la sera raccontavo ogni cosa a mio padre. Lui ascoltava, in silenzio, poi sospirava.

«Ricorda, Elena,» mi disse una volta, prendendomi il mento tra le dita. «Non tutto quello che ti insegnano è vero. E non tutto quello che è vero può essere detto.»

Quelle parole mi rimasero dentro, anche quando iniziai a capire che era meglio non ripeterle.

Crescevo, e con me cresceva qualcosa che non sapevo ancora nominare. Non era solo paura. Era una tensione sottile, come un filo tirato troppo. La sentivo nelle conversazioni interrotte quando entravo in una stanza, nei vicini che abbassavano la voce, nei passi che si fermavano davanti alla porta di notte, anche se poi proseguivano.

A tredici anni smisi di fare domande ad alta voce. A quindici iniziai a farmele dentro.

Mio padre lavorava sempre di più, ma parlava sempre meno. La sera restava seduto a lungo, con lo sguardo fisso, le mani intrecciate. A volte portava a casa fogli che non mi faceva leggere. Li nascondeva, con una cura che mi faceva capire quanto fossero importanti.

Mia madre lo osservava in silenzio. Tra loro si era creato uno spazio che non riuscivo ad attraversare.

E poi vennero gli sguardi. Quelli degli altri. Più lunghi, più attenti. Una volta, tornando da scuola, vidi due uomini parlare davanti alla tipografia di mio padre. Quando lui uscì, smisero subito.

Quella sera, a tavola, nessuno disse nulla.

Avevo diciassette anni quando capii che il rumore con cui ero nata non si era mai fermato. Era diventato solo più vicino.

Più preciso.

Più pericoloso.

Tutto cambiò quando una sera vennero a prendere mio padre e da allora non lo vidi più, avevo 17 anni

"Il prezzo della libertà" testo di Falco nero
5